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Flavia Benedetto, sentimento e desiderio
di Giacomo Carioti
 
 
 
 


Il primo elemento che si percepisce guardando, nel suo insieme, l’opera pittorica di Flavia Benedetto, riguarda l’apparenza indiscutibile di questa artista ad una speciale categoria dello spirito, quella che si riconosce nell’amore del sogno e del privilegio della nostalgia; intesa non come rimpianto del desiderio innapagato, bensì come bisogno del desiderio, da coltivare come un frutto proibito, eccitante e bellissimo, fonte di ispirazione, di pulsione estetica e di sentimento.
Questa giovane pittrice ha già un grande bagaglio di intense emozioni la cui prepotenza interiore emerge non solo nelle opere concettualmente più elaborate e stilisticamente composite, ma finanche nel paesaggio: un “genere” molto amato dall’artista perché strettamente legato al ricordo, sempre struggente, delle esperienze più contemplative.
Nell’unità di una riconoscibile, perché fortissima, ispirazione di fondo tendente alla riflessione sul senso dell’esistere, occorre ammirare particolarmente la efficacissima versatilità delle tecniche e degli stili espressivi di Flavia Benedetto, che riesce a coniugare, con identica padronanza di metodo comunicativo una propensione metasurrealistica (splendido il ritratto di un gatto dallo sguardo guidato verso un orizzonte perduto alle nostre spalle) con la descrittività emozionale e la narratività dell’andamento grafico (come nei ritratti concentrati in un volto attorniato dalle proprie testimonianze emotive), tramite le quali, specie nelle più esplicite esasperazioni dei contenuti figurativi, sa raggiungere la straordinaria precisione dei toni e delle forme; così da rendere inequivocabile l’intrinseca volontà di affermazione del concetto immaginifico.
La evidente teatralità, l’impianto scenico organizzato in funzione di supporto alla consenguenzialità narrativa di talune opere, discendono poi dal patrimoni culturale di Flavia Benedetto, che trae origine e linfa dalla sua appartenenza ad una famiglia d’arte, in cui il teatro, oltre la pittura, ha sempre costituito una presenza importante ed emozionalmente incombente; altrettanto dobbiamo dire rispetto alla evidente padronanza del senso di inquadratura, dell’intuizione compositiva, della nettezza del tratto: la fotografia d’arte, anch’essa “di casa”, ha determinato la formazione naturale di un gusto dall’elevato livello del segno illustrativo che, unito all’estro dell’idea pittorica, produce risultati di intensa concentrazione, peraltro quasi mai privi di una sottile, cortese e pur decisa, sensualità.
Flavia Benedetto, artista originale e intensamente dotata, ci sta mostrando potenzialità che sono ben più di una promessa: ma che, come una seria promessa, ci danno il desiderio di vedere ciò che ancora verrà, nella certezza di attendere qualcosa che ha ed avrà davvero valore d’arte.

     
   
Flavia...
di Silvio Benedetto
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 


Mentre in Messico dipingevo un vasto murales, a Tlaltelolco in Plaza El Localo del D. F. il governo festeggiava la sua Olimpiade 1968 di sangue, massacrando una moltitudine di innocenti.
Gioco al massacro, programmato video-game del potere, che lo stesso potere arrogante e cialtrone condannerà in accorati show a posteriori (ieri come oggi il business procede imperterrito).
Flavia bambina mi vedeva dipingere e dipingeva a Cuernavaca.
Anni dopo nel 1984 a Milano, realizzava le sue “Figure Verdi” in china e pantone su carta, di un freddo glamour, anzi di un glamour di “rappresentazione” ottenuto con linee e piani circoscritti e puliti, sfumando con puntini che si addensano e si allontanano.
Fascinazione femminile che diventerà calda immagine volutamente cartellonistica nelle grandi tele del 1992. L’anno successivo si trova ad aiutarmi nella realizzazione dei “Grandi fiori” nelle mie pietre policrome collocate in Piazza “Caduti di Modena” a Campobello di Licata ed è in questo momento che inizia i suoi dipinti, ad olio su piccole tele (anche 4x3cm) di precisione quasi nordica, con tematica a lei cara: gli animali.
Questa cura, che ho appena chiamato nordica, è una caratteristica che conserva anche nel grande formato che è, anche questo, realizzato con pennellate minute e sottili.
Altre componenti di rilievo sono: il pittoricismo tonale matto (“fondi” quasi neutri da interno-esterno); ricorrente assenza di ombre; una grande malinconia e solitudine nell’espressione degli occhi degli animali e da lei raffigurati (“Spaniel” olio su tela 18x24; “Testa di Spinone”, olio su tela 24x30); nonché il fermo, l’immobilità addirittura panica nel suo “Gatto bianco” dell’anno successivo.
Lo sguardo è silente e statico non solo nelle sue raffigurazioni zoomorfe, ma troviamo una malinconica assenza anche nelle sue “Grande maternità”, e “Madonna col Bambino” dipinti ad olio su tela del 1996.
Anche i suoi paesaggi e le sue barche sono pregne di inquieta ferma solitudine, di “desasosiego”, quanto le cartoline “domestiche” foto-souvenir che include in alcuni dipinti d’interni.
Ne fanno eccezione, nell’abbandono della sofferta staticità, nella sua travagliata presenza-assenza del movimento e nelle sue apparentemente serene campiture, due particolari dipinti: “Ritratto di nonna Diana” (olio su tela 60x50 del 1998) e “Slip” (olio su tela 30x40).
Nel primo, il procedere pittorico pur monocromo irrompe, azzarda, cercando l’incidente, il “guasto”; la pennellata è ampia e il movimento non è del soggetto raffigurato ma della materia, che si lascia trascinare dal solvente diluendo il pigmento in scolature.
Nel secondo, il procedere pittorico è cauto ma e il soggetto, lo slip rosso, ad essere ora in movimento; anzi, vola e si colora, quanto di celeste si colora il cielo volutamente diafano e ignaro del dramma.
Questo tipo di contrasto, quell’ossimoro “fermo movimento” lo si ritrova oggi nel quasi bicromatico bruciante, anche nelle terre impiegate, “Galoppo di cavalli” (olio su tela 150x100, 2001) che con impronta spontanea ma non meno curata, infuriano (forse come lei oggi dentro) o meglio giocano come quei “Delfini” dove la coppia ludica ritrova la complementarietà perduta sul blu cobalto e oltremare ondulante. Voglio per te, Flavia, un cielo sereno come quello sul quale vola, il tuo ultimo pacioccone, fermato dal click, bianco gabbiano.